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Il corpo non aveva camminato da solo.
Questa era l’unica certezza che a San Pellegrino in Alpe
metteva d’accordo tutti, compresi quelli che non erano
d’accordo per principio.
Gino Balocchi lo capì osservando le scarpe nuove. Non
erano infangate come avrebbero dovuto. C’era fango, sì,
ma fango educato, messo con cura. Fango da trasporto,
non da fuga.
Il morto era stato preso.
Sollevato.
Riappoggiato.
E per fare una cosa del genere servivano due qualità: forza
e convinzione. La forza qualcuno ce l’aveva. La convinzione,
pochi.
Il commissario Passalacqua, nel frattempo, aveva smesso di
usare il metro. Ora guardava il confine con sospetto, come
se potesse improvvisamente alzarsi e confessare tutto.
«Se il corpo è stato spostato,» disse, «allora il luogo del
delitto è altrove.»
Gino annuì.
«Al Dopolavoro.»
Passalacqua si sedette. Era troppo per lui.
«Non capisco,» disse. «Perché uccidere lì e portarlo fuori?»
«Perché lì,» disse Gino, «si gioca. Fuori si muore.»
La sera prima, dopo la partita, qualcuno aveva seguito il
morto fuori. Non per rubargli i soldi – quelli erano spariti
subito – ma per rimettere a posto una cosa che non
tornava.
Sergio Il Confine non stava più in mezzo.
Da giorni stava tutto da una parte.
E non beveva.
Gino lo trovò dietro il cimitero, seduto su una panchina che
non oscillava più.
«Hai scelto,» disse.
Sergio guardò le mani. Erano grandi. Sporche.
«Non volevo,» disse. «Ma ha riso.»
E quello, a San Pellegrino, era un movente sufficiente.
Il commissario arrivò trafelato, col cappotto sbagliato e
l’aria di chi sta per capire troppo tardi.
«Sergio,» disse, «lei è in arresto… credo.»
Sergio non scappò. Non serviva.
Il confine, quella notte, rimase fermo.